VENERE passeggiata tra nubi e miti
di Annalisa Ronchi


Venere di Willendorf (20.000~30.000 a.C.)
sovrapposta a Venere ricoperta da nubi

L’osservazione del cielo ha attirato lo sguardo curioso, ma nello stesso tempo timoroso, degli uomini che popolarono la Terra fin dai tempi più remoti, giocando un ruolo di primo piano nello sviluppo sociale e culturale delle varie civiltà. La sopravvivenza stessa di una comunità poteva essere strettamente legata al grado di conoscenza acquisito del cielo e dei fenomeni ciclici ad esso connessi.

Se la levata eliaca (cioè il sorgere subito prima del Sole) di un corpo celeste poteva essere associata ad un periodo in cui una determinata pratica agricola doveva essere eseguita, per esempio la semina, ecco che il fenomeno astronomico diveniva un indicatore temporale preziosissimo che avrebbe in futuro permesso di seminare nei tempi e nei modi ottimali ai fini di un buon raccolto, evitando quindi potenziali carestie che avrebbero messo a repentaglio la sopravvivenza dell’intera comunità.

Naturalmente i corpi più osservati sono quelli più luminosi, quelli più semplici da vedere e da ritrovare, e tra questi spicca Venere, essendo l’oggetto più brillante del cielo ad eccezione del Sole e della Luna.

Era conosciuta fin dalla preistoria, dalla quale ci sono giunte testimonianze sotto forma di petroglifi, i quali rappresentano un reperto estremamente importante per cercare di comprendere il pensiero e la spiritualità dei primi uomini. Per l’uomo preistorico (e anche per molti di noi, uomini moderni, con l’astrologia) gli eventi celesti erano vere e proprie manifestazioni divine e come tali andavano scrupolosamente osservate e interpretate. In molti petroglifi appaiono simboli che rappresentano gli astri che potevano essere osservati, ovviamente ad occhio nudo, nel cielo: il Sole, la Luna, le comete, le stelle più luminose ed i pianeti, tra cui proprio Venere.

Venere è il secondo pianeta dal Sole e il sesto per grandezza (dopo, nell’ordine, Giove, Saturno, Urano, Nettuno, Terra). Venere è stata spesso considerata la sorella della Terra e in qualche modo, ad un primo sguardo, sono davvero simili: Venere è solo di poco più piccola della Terra (95% del diametro terrestre, 80% della massa), ed entrambe hanno pochi crateri, cosa che indica una superficie relativamente giovane, la loro densità e la loro composizione chimica sono simili.

Ma guardando da vicino, la cose cambiano. Per esempio, se osserviamo i principali costituenti delle atmosfere dei due pianeti, si vede che sono più o meno gli stessi, benché le proporzioni siano notevolmente diverse: il biossido di carbonio su Venere rappresenta il 96,4%, sulla Terra lo 0,03%; l’azoto su Venere è il 3,4%; sulla Terra lo 78,08%; l’ossigeno costituisce il 20,95% dell’atmosfera terrestre contro la minimissima parte di Venere, meno di 20 parti per milione.

La sonde che sono scese sulla superficie di Venere, attraversando le dense nubi citeree, formate da acido solforico, hanno rivelato che al diminuire dell’altezza, il calore e la pressione aumentano rapidamente, fino alla temperatura di 450°C, misurata a quota zero.

Un livello così alto di temperatura è imputabile sia alla pressione di 90 atmosfere, esercitata dall’enorme massa di nubi di biossido di carbonio che, insieme a quelle di acido solforico, ricoprono il pianeta, sia all’effetto serra.

L’orbita di Venere è quella che si approssima più delle altre ad una circonferenza, con una eccentricità minore all’1%. (e=0,007) e il suo asse di rotazione è inclinato di soli 3° sulla normale al piano orbitale.

In conseguenza di ciò, le stagioni, che sul pianeta non esistono a causa della densa e spessa atmosfera, non produrrebbero effetti notevoli anche in mancanza di essa. Un’inclinazione di 3° e un’orbita in buona approssimazione circolare, non possono dar vita a dei cambiamenti stagionali come sulla Terra.

La maggiore quantità di energia incidente sulla superficie, rispetto a quella che giunge a noi, ha dato origine ad un effetto serra abnorme che ha causato la progressiva evaporazione degli oceani e la sempre maggior quantità di anidride carbonica nell’atmosfera.

La Terra invece assimila questo gas utilizzandoli nella costituzione delle rocce carbonatiche e in altri processi organici (ad esempio la fotosintesi clorofilliana) che si svolgono negli oceani e in superficie.

Il biossido di carbonio, presente quindi in dosi sempre più massicce nell’atmosfera citerea, ha una capacità di assorbimento di calore molto elevata, che aumenta così sempre di più il trattenimento di radiazione infrarossa nei pressi della superficie.

Una volta innestato il processo, la temperatura ha continuato a salire finché non è diventata tale da permettere l’esistenza di acqua sono allo stato gassoso.

L’acqua degli oceani trasferendosi nell’atmosfera, ha incentivato maggiormente la catastrofe calorifica.

Ad alte quote l’acqua delle nubi viene ionizzata dalla radiazione ultravioletta e si scinde in ioni idrogeno e in ioni ossigeno che vanno a reagire con il biossido di zolfo emesso dai vulcani in attività. Si è formata così l’alta atmosfera, composta essenzialmente da acido solforico. Grazie alle enormi temperature le piogge di acido solforico evaporano prima di toccare il suolo, risparmiando in tal modo la superficie dalla corrosione e da altri effetti esogeni..

Fotografie all’ultravioletto in sequenza, hanno mostrato che venti impetuosi trasportano nubi d’alta quota intorno a Venere, in senso orario vicino all’emisfero settentrionale, ad una velocità di 360 Km/h. A queste velocità, lo strato superiore di nubi, largo quanto il pianeta, ruota intorno all’equatore una volta ogni quattro giorni terrestri.

Navicelle sovietiche e americane in orbita intorno al pianeta hanno cartografato la superficie con radar-altimetri scoprendo imponenti sistemi montuosi e ripide vallate, così come ampi crateri d’impatto accanto ad altri di probabile origine vulcanica. Sopra il livello medio si alzano quattro regioni, che ricordano i continenti terrestri, e che sono state denominate: Isthar Terra, Aphrodite Terra, Alpha Regio e Beta Regio.

La presenza di molte strutture vulcaniche su Venere suggeriscono ovviamente la presenza di sorgenti magmatiche in profondità, come sul nostro pianeta.

Si possono osservare 156 grandi vulcani a scudo, che si estendono per più di 100 chilometri e localizzati per lo più in regioni topograficamente alte, 25 edifici più piccoli a forma di anemone, che raggiungono al massimo i 60 chilometri, 50 strutture a cupola depressa, oltre 150 edifici a cupola ripida, 86 caldere e per finire 556 piccoli vulcani a scudo, le cui dimensioni sono inferiori ai 20 chilometri.

Le varie caratteristiche tettoniche riportate dalla sonda Magellano ricordano fratture, graben (termine geologico per “fossa tettonica”) e forse canali, tutti aspetti che ricordano il nostro pianeta. Oltre a ciò, nel 1977 le sonde Venera 9 e 10, riuscite a toccare il suolo e a restare in funzione solo pochi secondi a causa delle condizioni estreme, hanno inviato un paio di immagini che mostrano una superficie rocciosa e scura, di natura vulcanica (basalto e granito) e metamorfica.

La rotazione di Venere è piuttosto insolita in quanto è molto lenta (243 giorni terrestri per un giorno venusiano, valore prossimo al periodo di rivoluzione che è di 224,7 giorni) quindi un giorno è più lungo di un anno!

Inoltre il moto è retrogrado, contrario quindi al senso di moto della Terra e della maggior parte dei pianeti. Il periodo di rotazione e la sua orbita sono sincronizzati tanto che presenta sempre la stessa faccia verso la Terra quando i due pianeti sono al loro massimo avvicinamento.

Essendo un pianeta interno (cioè un pianeta la cui orbita è compresa tra l’orbita della Terra ed il Sole), mostra fasi simili a quelle della Luna se osservato con un telescopio, fasi dovute alle diverse condizioni di illuminazione di Venere da parte del Sole che cambiano considerevolmente proprio perché Venere ruota intorno al Sole in un’orbita interna a quella della Terra. Il primo ad osservare tale fenomeno fu Galileo, che lo descrisse inizialmente in un carteggio tenuto con Keplero sul finire del 1610: «... va mutando le figure nell’istesso modo che fa la Luna...», ora appariva illuminata in pieno, per poi gradualmente mostrarsi illuminata «... al mezo cerchio...» e successivamente «...falcata...», e infine svanire, portando un’ulteriore prova in favore della teoria eliocentrica di Copernico.

Nel gennaio del 1611, Galileo scriveva a Giuliano de’ Medici sostenendo che la «...mirabile esperienza...» sulle fasi di Venere portava ormai a soluzione, con «... sensata e certa dimostrazione...», «...due gran questioni, state sin qui dubbie tra’ maggiori ingegni del mondo...». La prima era quella secondo cui i pianeti non hanno luce propria ma sono «...di loro natura tenebrosi...», nel senso che riflettono la luce del Sole. La seconda coinvolgeva l’intero sistema solare: «...Venere necessariisimamente si volge intorno al Sole, come anco Mercurio e tutti li altri pianeti, cosa ben creduta da i Pittagorici, Copernico, Keplero e me, ma non sensatamente provata, come ora in Venere e Mercurio. Avranno dunque il Sig. Keplero e gli altri Copernicani da gloriarsi di aver creduto e filosofato bene, se bene ci è toccato, e ci è per toccare ancora, ad esser reputati dall’universalità de i filosofi “in libris” per poco intendenti e poco meno che stolti.».

Gli antichi però non sapevano nulla di ciò che accade sul pianeta Venere e fin dalle ere primitive era la stella delle dolci confidenze. La prima beltà celeste che ispirava gli innamorati con la diretta impressione che il soave irraggiamento dell’astro produce sull’anima contemplativa.

Per i Sumeri, Venere era Colei che mostra la via alle stelle. Dea della sera, favoriva l’amore e la voluttà; dea del mattino, presiedeva alle operazioni di guerra e alle stragi.

Era figlia della Luna e sorella del Sole. Mostrandosi all’alba e al crepuscolo, si presentava come un legame fra le divinità del giorno e quelle della notte. Perciò suo fratello era il Sole e sua sorella la dea degli inferi. Dalla sua parentela con il Sole, di cui era sorella gemella, provenivano le sue qualità guerriere: era detta la valorosa o la Signora delle battaglie. Tutto questo in quanto stella del mattino. Ma in quanto stella della sera, era influenzata da sua madre, la Luna, che predominava facendo di lei la divinità dell’amore e del piacere. I sigilli assiri, come le pitture del palazzo di Mari (secondo millennio) le danno come attributo il leone. Nella letteratura religiosa la si chiama talvolta leone furioso o leonessa degli dei del cielo.

In quanto dea dell’amore, regina dei desideri o anche colei che anima il godimento e la gioia, il suo culto si associava alla prostituzione sacra.

Il suo mito comporta una discesa agli inferi, il che spiega il senso iniziatico del simbolismo venusiano: un re di babilonia la chiama colei che al levare e al tramontar del Sole rende buoni i miei presagi.

Presso gli Assiri e i Sumeri, appare nei sogni ed emette profezie sull’esito delle guerre: «io sono l’Ishtar d’Arbela - dice la dea in un oracolo di Asarhaddon - davanti a te, dietro di te io marcerò, non temere niente!». Fra i suoi attributi figurano l’arco e la freccia, simboli di sublimazione.

Il pianeta Venere è estremamente importante presso le antiche civiltà del Centro America e segnatamente presso i Maya e gli Aztechi, sia per l’organizzazione del calendario sia per la loro cosmogonia, intimamente legate. Presso gli Aztechi, gli anni venusiani si contavano a gruppi di 5, corrispondenti a 8 anni solari.

Venere rappresentava Quetzalcoatl, risuscitato all’est dopo la sua morte all’ovest. Il dio del Serpente Piumato, in questa reincarnazione, era rappresentato come un arciere, temuto lanciatore di malattie, o come dio della morte, con il viso coperto da una maschera a forma di teschio. Non bisogna dimenticare che si tratta di un aspetto della dualità simbolica, morte e rinascita, contenuta nel mito di Quetzalcoatl. Il ciclo diurno di Venere, che appare alternativamente all’est e all’ovest (stella del mattino e stella della sera) ne fa un essenziale simbolo della morte e della rinascita. Queste due apparizioni del pianeta alle due estremità del giorno spiegano come la divinità Azteca Quetzalcoatl potesse anche essere chiamata il prezioso gemello.

I Maya concepivano l’universo come inscritto in una grande piramide appoggiata sul dorso di un coccodrillo impegnato a nuotare nel mare cosmico. Quattro divinità, poi, sostenevano il firmamento, che era raffigurato come un grande drago a due teste, il cui corpo, una grande striscia celeste, recava incise le stelle. Fra cielo e terra si muovevano il Sole, la Luna e la brillante Venere.

L’origine del Sole e di Venere, tra l’altro, era collegata al mito di due gemelli che avevano sconfitto i signori della morte in una partita a palla, e che si erano poi trasformati nei due corpi celesti.

L’associazione di Venere con il Sole fa talvolta di questo astro divinizzato un messaggero del Sole, un intercessore fra questo e gli uomini. Così avviene presso gli indios Gherente del Brasile per i quali il Sole ha due messaggeri: Venere e Giove.

Chasca, nella mitologia Inca, era il pianeta Venere, noto come il giovane dai lunghi e ricci capelli. Chasca era adorato come paggio del Sole che assisteva il dio nel suo sorgere e tramontare.

In Asia, i Buriati vedono in quest’astro lo spirito tutelare dei loro cavalli. Gli fanno offerte in primavera quando marchiano i puledri e tagliano la coda e la criniera ai cavalli adulti. Venere, per questo popolo di pastori nomadi, è il pastore celeste che guida il suo gregge di stelle. Il ratto rituale della fidanzata si ricollega al suo culto.

Per gli Ienisseiani è la più antica delle stelle e protegge tutte le altre.

Secondo un leggenda degli Yakuti, è una vergine superba che ha le Pleiadi come amanti.

M 45, meglio noto come Pleiades (le Pleiadi), è l’ammasso stellare più brillante e famoso di tutto il cielo, citato in ogni tempo, da Omero a D’Annunzio. Il nome è di origine greca e deriva da plein, cioè navigare, oppure da pleios cioè molti. Ad occhio nudo si possono vedere circa sette stelle, le quali sono Alcyone, h (eta), la più brillante, quindi troviamo Celaeno, Electra, Taygeta, Maia, Asterope, Merope, Atlas, Pleione, una stella con inviluppo esteso che emette anelli di gas a intervalli regolari, la cui luminosità fluttua imprevedibilmente. In realtà, dell’ammasso distante da noi 415 anni luce, fanno parte circa 250 stelle, comprese molte giganti blu, immerse in una debole luminosità, residuo della nube da cui si sono formate “soltanto” 50 milioni di anni fa.

Per i kirghisi, come per gli antichi popoli dell’Asia Minore, è figlia della Luna, in quanto stella della sera.

Gli antichi Turchi la chiamavano Arlig (il guerriero, il maschio) o anche la Stella di luce e Coholban (il brillante, lo splendente).

In Australia Venere, come stella del mattino, conosciuta dagli aborigeni come Barnumbir, era un importante segno per un popolo che si levava all’alba per accingersi alla caccia. Secondo la tradizione della Arnhem Land, Barnumbir aveva paura di annegare, così fu legata con un lungo laccio tenuto da due vecchie donne. La corda le impediva di salire troppo alta nel cielo e di annegare nel fiume della Via Lattea. All’alba le donne più vecchie la portavano in salvo in un cesto intrecciato.

Barnumbir è anche identificata con Bralgu, l’isola della morte dove, quando una persona muore, il suo spirito è condotto. Da qui la cerimonia della stella del mattino è una importante parte dei rituali funerari, dove Barnumbir è rappresentata da un totem, un tronco con un mazzetto di piume bianche e lunghe corde terminanti in più piccoli mazzetti di piume a suggerire i raggi di luce.

Nella civiltà classica, la divinità appare in ogni mitologia dotata delle migliori attrattive: non si vede quali ornamenti potrebbero rivaleggiare con quelli di Afrodite, protettrice dell’imene e prototipo perfetto di bellezza femminile.

Sotto il suo simbolo regna nell’essere umano la gioia di vivere, nella festa primaverile dell’inebriamento dei sensi, come nel piacere più raffinato e spiritualizzato dell’estetica.

Il suo regno è quello della tenerezza e delle carezze, dei desideri amorosi e della fusione spirituale, dell’ammirazione felice, della dolcezza, della bontà, del piacere e della bellezza, della pace del cuore.

Era popolarmente ritenuta composta da due corpi separati: Lucifero (Eosphorus) come stella del mattino ed Espero come stella della sera.

Nell’antica Roma, Venere rappresentava il fascino ed il desiderio sensuale; a lei era dedicata la primavera (la festa delle Veneralia cadeva il primo aprile).

Nel mito greco, Afrodite nasce dalla schiuma del mare fecondata dal seme di Urano evirato dal figlio Crono (il nome Afrodite deriva da aphrs, schiuma e il suo soprannome Anadyomene significa colei che emerge dal mare) sulle coste dell’isola di Cipro e come attributo aveva il rame, ed il legame tra il rame ed il pianeta Venere è rimasto anche nell’alchimia.

Il mondo degli astri, per l’alchimista, non è uno spazio vuoto nel quale splendono lontani corpi celesti, ma una sfera vivificata da entità possenti e piena di segni misteriosi per l’uomo comune. L’alchimia tende a far agire, sotto forma di metalli, le immagini terrene delle forze del cielo ed in funzione di questa aspirazione cerca di sollevare, insieme con i metalli che si purificano, anche l’uomo che li lavora. Ecco perché i simboli delle stelle e quelli dei metalli sono comuni all’alchimia ed all’astrologia.

Il culto della dea dell’amore nell’accezione erotica è di origine pregreca: secondo Platone c’erano due differenti personificazioni dell’amore, una volgare (Aphrodite Pandemia), l’altra celeste (Aphrodite Urania). Essa era inoltre la protettrice della fertilità (Venus Genetrix a Roma).

Venere è presente anche nei miti dei Nativi Americani.

La mitologia degli indiani Pawnee è complessa e contiene molti riferimenti al cielo, al quale affidano un ruolo di primo piano nella creazione del mondo. Tirawahat è il dio supremo, padre e signore dell’universo che comanda i movimenti degli astri. Ha imposto il matrimonio fra la Stella del Mattino e la Stella della Sera (il pianeta Venere era da loro erroneamente distinto in due corpi), unione dalla quale è nata la donna. L’uomo era nato dall’unione di Sole e Luna. Alla Stella del Mattino era dedicato un rito che prevedeva il sacrificio di una giovane prigioniera, la quale, dipinta di rosso e di nero ad indicare il confine tra giorno e notte, viene trafitta con le frecce che la invieranno verso la Stella del Mattino, suo sposo celeste.

Sempre tra i Pawnee si racconta come la Stella del Mattino sorveglia le anime dei morti mentre percorrono la Via Lattea.

Tra i Pueblos si racconta di Cacciatore di cervi e di Fanciulla Grano Bianco, due giovani bellissimi che non avevano occhi che l’uno per l’altra. Un giorno la fanciulla morì, ma il giovane non volle lasciarla partire sola ed insieme sono stati trasportati in cielo, Cacciatore di Cervi come Venere (per la prima volta in senso maschile) e Fanciulla Grano Bianco come Mercurio.

“Splende Espero dalle dita di rosa
tutte le stelle vincendo;
e la sua luce posa
sul salso mare
e sopra le campagne fiorite,
e la fresca rugiada discende
e si aprono le rose
e i teneri timi
e il meliloto in fiore”
[Saffo]

Monografia n.72- 2001/15


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